Arte ai Giardini

Nell’Ottocento non era affatto semplice per un artista far conoscere le proprie opere ad un vasto pubblico, condizione necessaria a ricevere un guadagno dal proprio lavoro e a non dovervi rinunciare. Le rare occasioni erano rappresentate dai saloni di esposizione, dei quali il più famoso e importante in Europa era il Salon de l’Académie des Beaux-Arts di Parigi, fondato nel 1725.

A questo salone però non avevano accesso tutte le opere, infatti una giuria costituita dagli insegnanti dei prestigiosi atelier aveva il compito di accettare o respingere i lavori dei vari artisti. In questo modo però venivano inevitabilmente favorite le opere dei seguaci e degli allievi delle scuole d’arte, e in generale di tutti coloro che rispettavano le norme accademiche quanto a correttezza compositiva e scelta del soggetto. Il gusto neoclassico dell’epoca esigeva ad esempio che i temi trattati dalla pittura dovessero riguardare eventi storici o mitologici e che il quadro dovesse veicolare i sentimenti edificanti di nobiltà e virtù, ad esempio attraverso la raffigurazione di elementi allegorici.

Orazi

Il Giuramento degli Orazi, di Jacques-Louis David, veicola il sentimento edificante dell’eroismo.

Ma alcuni non ci stavano. Dopo che nel 1863 la giuria respinse circa 3000 quadri, le proteste suscitate persuasero Napoleone III, l’imperatore, ad inaugurare nello stesso palazzo un nuovo salone, il Salon des Refusés, dove gli artisti rifiutati avrebbero potuto esporre i loro quadri. Dei Refusés facevano parte anche rappresentanti di nuove tendenze artistiche, come il gruppo degli impressionisti (Monet, Manet, Renoir, Degas, Cézanne e altri pro), accomunati dalla ricerca di nuove tecniche nell’uso dei colori per riportare sulla tela gli effetti della luce e delle ombre.

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Bal du moulin de la Galette, di Pierre-Auguste Renoir, riporta su tela gli effetti della luce e delle ombre

L’impressionismo fu una tappa importante nel percorso che portò il ruolo dell’artista ad emanciparsi dalle richieste dei committenti e dal gusto delle corti, a favore della ricerca di una maggiore libertà espressiva, che avrebbe portato alla nascita di un enorme varietà di correnti.

Oggi come allora però accade spesso che una nuova idea, una nuova concezione dell’arte, non venga subito riconosciuta come tale, vuoi perché i tempi non sono maturi, vuoi perché non c’è stata la possibilità di portarla a contatto con il grande pubblico. Ho voluto brevemente raccontare il caso del Salon des Réfuses perché mi sembra aneddotico di quella che è una tendenza della storia umana, che nel vero argomento di questo post trova conferma. Infatti vorrei adesso parlarvi della scultura che da qualche anno trova dimora nei giardini pubblici di Codroipo.

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Tenterò un analisi dell’opera, pur consapevole che un capolavoro di tale portata difficilmente possa essere inquadrato da un saggio critico, né che delle misere parole ne possano esprimere appieno il significato.

I piani di lettura sono molteplici. Il pesce, elemento centrale e centralizzante, svolge la funzione di rosone e le sue squame rifrangono la luce solare come vetri colorati. Tuttavia la luce è smorzata e si perde nella corporalità opaca delle linee fisionomiche. È forse questo più di ogni altra cosa che induce a pensare all’inadeguatezza del ruolo del pesce, traslato da un contesto marino a quello religioso. Da un punto di vista prettamente simbolico la trasformazione unidirezionale esprime l’inacessibilità della fede: il pesce ha potuto raggiungerla, ma a caro prezzo, rinunciando cioè agli organi di senso. Le sue orbite cave lasciano aperto l’interrogativo etico.

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Ma l’opera non ristagna nella metafora fideistica, come ci si accorge subito dalla presenza della scala. Se infatti la scala fosse necessaria al raggiungimento della fede, questa sarebbe inarrivabile al pesce, creatura priva di zampe. Ecco che allora il suo utilizzo dev’essere una prerogativa antropomorfa: l’utilizzo della ragione. Dove conduce? Non è dato saperlo, perché l’abbandono della fede comporta l’abbandono delle sicurezze. Quel che è certo è che questo percorso non è privo di ostacoli, come testimonia l’assenza dei primi pioli. Sarebbe stato facile altrimenti salire e prendere a sprangate il pesce (con l’uso della ragione), ma l’evidente impossibilità costringe a fare una riflessione intorno all’originario ed essenziale punto di inizio.

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Uno sguardo alla parte bassa del trittico prospettico ci porta alla contemplazione dell’origine del tutto. Il solido pavimento lascia spazio al mare, dove la vita ha avuto inizio. Questo è però il mare della psiche, in grado di generare il pesce che anela alla fede così come è matrice di esseri più evoluti, che un giorno saranno in grado di reggersi autonomamente sulle gambe della ragione. La psiche è un luogo calmo all’apparenza, ma che nasconde una terribile irrequietezza, pronta ad esplodere. Ed ecco che dalle onde erutta improvvisamente un galletto, o meglio l’idea di un galletto, ma che al di sotto racchiude centinaia di altre idee, aborti tentacolari che non hanno raggiunto una forma definita e non troveranno mai espressione, senza i quali però lo stesso galletto non potrebbe esistere.

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Il dialogo tra le parti riesce dunque in quest’opera a intrecciare un continuum narrativo di una profondità disarmante, ma il suo merito non si ferma qui. È infatti la sapiente alchimia tra l’utilizzo di un linguaggio metaforico e il modus operandi dell’arte contemporanea che fa di questo lavoro una pietra miliare dell’arte in toto.

Forse qualcuno potrebbe obiettare che l’arte contemporanea “è solo un grande bluff”, sostenendo che le mostre abbiano perso il loro spirito innovativo, che gli artisti di arte contemporanea sono per lo più dei cialtroni, senza uno straccio di originalità ma presuntuosi e velleitari e con il solo pregio di avere la faccia tosta di spacciare delle opere che fanno cagare per delle idee geniali. Magari quel qualcuno è anche disposto ad ammettere che non tutto ciò che viene chiamato arte contemporanea sia un trucchetto per far soldi, ma che ciò che è rimasto di sincero sia oramai così autoreferenziale e di difficile comprensione per chiunque non competente in materia che a poco a poco potrebbe perdere il senso di esistere. Magari questa persona pensa che il futuro dell’arte difficilmente possa ancora risiedere nella pittura e nella scultura e che le nuove forme d’arte non debbano ignorare i nuovi strumenti messi a disposizione dall’evoluzione tecnologica.

Bè io a questa gente, così cinica e disillusa, consiglierei di fare un salto ai giardini di Codroipo, inspirare a pieni polmoni l’aria del parco, e fermarsi a contemplare un capolavoro dell’ingegno umano. E si ricrederà.

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