I Friulani e l’Orcolat: un giorno a Venzone

Da quando mio padre è stato mandato a lavorare a Venzone, nell’aprile del 2012, solo di recente sono riuscita ad andarlo a trovare. Minuetto da Udine, chiaramente partito con leggero ritardo ma pace. Viaggio con mia sorella e il suo ragazzo. Arriviamo in una stazioncina sperduta in cui perfino la voce registrata che ammonisce i temerari sfidanti della pericolosissima linea gialla sembra un po’ depressa, o forse soltanto calma. Nostro padre arriva poco dopo. Ci accompagna all’interno delle mura, nel piccolo borgo dove lui fino ad ora di pranzo dovrà continuare a lavorare.

“Vi ho preso i gettoni per le mummie, e andate a guardare il duomo che è bellissimo”, e così dicendo ci saluta. Non fatichiamo ad individuare l’edificio con vicina cripta dove sono esposte 5 delle 15 mummie rimaste integre dopo il terremoto del 1976.

Alziamo gli occhi verso il duomo. Pensiamo al racconto di nostro padre, su come l’edificio sia stato ricostruito con le pietre nelle stesse posizioni che avevano prima della catastrofe. Ci chiediamo come sia possibile, ci pensiamo su un attimo, non ci diamo risposta e andiamo a pranzo. Riaccompagnato nostro padre sul luogo di lavoro, conosciamo i colleghi. Uno gli fa: “Ma li hai mandati a vedere il museo del terremoto?” (Nota: ”Tiere Motus”, mostra permanente presso palazzo Orgnani Martina). Veniamo quindi accompagnati in un cortile interno, dove facciamo la conoscenza del signor Aldo, un robusto signore che subito si è dimostrato disponibile a farci entrare, sebbene fossimo solo in 3 e non fosse ancora orario di apertura. Inizia accompagnandoci in una stanzetta, dove viene proiettata una simulazione prodotta da un gruppo dell’università di Udine su come il duomo possa essere crollato con la scossa più forte del 6 maggio 1976. La ricostruzione è molto coinvolgente anche grazie all’audio, montato in maniera tale da riprodurre la voce dell’ ”Orcolat”, la creatura che, nella tradizione popolare, provoca scosse telluriche sbattendo la coda a terra.

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Elaborazioni a cura del Laboratorio di Interazione Uomo-Macchina (HCI-Lab), Università di Udine

Il signor Aldo ci accompagna poi nel museo vero e proprio, ricco di materiale fotografico, documenti vari, cartine e quant’altro. Devo dire, inizialmente sono un po’ scettica. Sebbene interessata all’argomento, non sono mai stata un’ amante delle visite ai musei. Ma subito, questa visita si rivela immensamente affascinante: l’enorme preparazione della nostra guida sull’argomento ci ha istantaneamente rapiti.

Molti aspetti che lui ha sottolineato non li insegnano a scuola, o comunque non sono così noti, o magari sono solo mie mancanze, il che non è del tutto improbabile.

Come purtroppo ancora oggi, il Friuli era una landa più o meno ignota al resto d’Italia, al punto che i telegiornali la sera del 6 maggio annunciarono “forte scossa a 300 km a nord di Venezia”. La conseguenza di questo fu che gran parte degli aiuti arrivò a Trieste, o poco distante, e lì si è fermata momentaneamente non sapendo dove proseguire.

Un aspetto che mi ha molto colpito è l’atteggiamento della gente. “Fasìn di bessôi” è un motto ancora oggi controverso e discusso, che può far pensare che i Friulani peccassero e tuttora pecchino di superbia. Il significato che però sta all’origine di questo “slogan” è il desiderio di un popolo di non pesare sulle spalle altrui, sentendo il terremoto come colpa; tant’è che esistono diverse testimonianze di forze dell’ordine o vari aiuti che affermano di essersi sentiti chiedere “scusa” e offrire cibo o un taj di néri.

La popolazione inoltre non ha voluto stare a guardare, ma insistentemente chiedeva le cose di cui aveva più bisogno, ricavate dopo un’attenta analisi. Questo è un particolare importantissimo: nulla veniva lasciato al caso, la comunicazione era diffusissima anche grazie ai radioamatori (le linee telefoniche erano interrotte) e a bollettini stampati giornalmente ma non solo (per comunicare eventi importanti non si aspettava il giorno successivo). Gli stessi preti iniziarono a diffondere l’inaspettata richiesta “prima le case, poi le chiese”. In più, complice l’estate alle porte, la volontà comune era quella di trovare alloggio temporaneo nelle tende, e non nelle baracche, con la convinzione che una baracca potesse dare alle autorità l’idea di sistemazione ed essere percepita come una scusa per non proseguire con i lavori (così non è stato per il terremoto di settembre, essendo l’estate agli sgoccioli). E nelle tende la vita continuava.

C’è anche da dire che a livello governativo si era creata una situazione del tutto particolare e molto favorevole. In quei giorni Giuseppe Zamberletti venne nominato Commissario straordinario del Governo. Già pochi giorni dopo la prima grande scossa di maggio lui venne a trovarsi in Friuli e lì vi rimase fino ad agosto, per poi tornare pochi giorni dopo in occasione delle grandi scosse di settembre. In questo modo si ottenne una comunicazione diretta tra amministratori comunali e governo, anche grazie all’apertura mentale dello stesso Zamberletti: il salto di molti passaggi intermedi permise di velocizzare le opere ricostruttive e fece sì che il governo avesse maggior cognizione dei veri bisogni. Ma ci furono anche diverse pecche a livello legislativo: la Legge Regionale n.17/76, che regolava la ricostruzione e determinava i contributi, non nominava il termine “Antisismico”; certi comuni ne hanno approfittato, non dichiarandosi terremotati, andando così al risparmio.

La forza della popolazione, la volontà di ricostruzione hanno permesso passi avanti in seguito alle scosse di maggio; le cose cambiano con quelle di settembre: “Il terremoto del 6 maggio ha demolito il Friuli; quello di settembre ha demolito i friulani. Il primo ha distrutto le case ma ha lasciato la speranza; il secondo sembra aver intaccato anche la speranza.” diceva mons. Alfredo Battisti, allora Arcivescovo di Udine.

Ma per fortuna, nonostante il “fasìn di bessôi”, furono numerosissimi gli interventi d’aiuto: da citare il fatto che si era in piena guerra fredda, e il Friuli (che checché si possa pensare faceva parte dell’Italia quindi dalla parte Americana della situazione) si trovava al confine con la Jugoslavia di Tito, alleato Sovietico. Per questo motivo, la gran parte dell’esercito italiano si trovava stanziata in Friuli; questo non ha fatto che favorire gli aiuti (sebbene inizialmente un po’ confusi). Venne anche istituita la Protezione Civile (di cui Zamberletti è considerato fondatore), in modo da avere soccorsi immediati in caso di necessità, per non dover aspettare aiuti “dall’alto” che per mancata conoscenza sarebbero potuti non arrivare o arrivare tardi.

Visto l’imminente inverno, la popolazione venne insediata nelle più vicine località balneari, non senza criterio: gli abitanti di uno stesso paese furono alloggiati in uno stesso albergo, quelli di paesi vicini in alberghi vicini e così via: questo per non far perdere quell’identità territoriale che stava alla base della forza che, alle prime scosse, aveva guidato la volontà di ricostruzione. Questa stessa volontà ha fatto sì che non si cedesse alle proposte di costruire dei paesi “bis” piuttosto che ricostruire. I lavoratori si recavano ogni giorno nei loro luoghi di lavoro e potevano, al rientro, riferire sullo stato della ricostruzione.

Importante sottolineare che il terremoto era ancora un’entità non approfonditamente studiata negli anni ’70, così come la geologia del territorio: come mai zone anche adiacenti hanno subito danni così diversi, addirittura frazioni dello stesso comune? Venne stimolato uno studio approfondito del fenomeno, tale che una buona fetta delle conoscenze sismiche la si deve proprio al terremoto del Friuli. Sulla base delle nuove conoscenze venne promulgata una nuova legge, che obbligava ad adeguamenti antisismici (Legge n.30). Negli studi però il Friuli e l’Italia non erano soli. Gran parte degli aiuti esteri, anche nella stessa stesura delle leggi oltre che nell’insegnamento di tecniche come quella per la costruzione di muri rinforzati (con maglie di ferro e con pompaggio di cemento fresco per riempire buchi interni) venne dalla vicina Jugoslavia, anch’essa colpita dai terremoti con entità pari ma con danni inferiori.

Il caso di Venzone è invece più particolare. Questo piccolo borgo, con le mura, il duomo e gli edifici antichi, è Monumento Nazionale. Ricostruirlo, errando anche di una virgola, avrebbe costituito un falso storico inaccettabile. Chiaramente le proteste della popolazione si fecero sentire, oltretutto questo caso sollevò discussioni in tutt’Europa: da molte università arrivarono progetti per la ricostruzione. Alla fine si decise di rimettere in piedi il borgo, ma con le pietre nell’esatto posto che avevano prima delle scosse. Se ci fossero stati dubbi, la pietra sarebbe dovuta essere sostituita con un’altra, del tutto diversa, così che si vedesse il cambio. Quando abbiamo sentito queste ultime parole, il nostro interrogativo ci è tornato in mente: come facevano a sapere dove mettere le pietre, al di là di un’approssimativa osservazione di dove questa fosse caduta? Senza neanche un nostro accenno alla questione, il nostro accompagnatore ci svela l’arcano: essendo Monumento Nazionale, vi erano fotografie che ritraevano ogni singolo angolo del paese, ogni casa da ogni angolazione. Grazie ad un immenso archivio, il borgo venne ricostruito così com’era prima delle scosse.

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Grazie ai fondi stanziati, venne anche fondata l’Università di Udine, che inizialmente comprendeva facoltà fondamentali per la ricostruzione e per gli studi sulla stessa: Ingegneria, Medicina, Economia, etc.

La visita è durata quasi due ore, piuttosto dense.

Non voglio concludere quest’ articolo con un semplice e scontato “Mi ha arricchito, la consiglio” e via dicendo. Concludo dicendo invece che questa visita mi ha sì insegnato molto, ma mi ha riempito di interrogativi e ha messo in dubbio diverse convinzioni che ho sin da piccola. Innanzitutto, ho sempre considerato il “campanilismo” una forma di chiusura, di povertà, un limite, quasi una debolezza. Non avevo prima d’ora mai visto questo come una possibile fonte di forza, come quella che ha guidato la ricostruzione. Non che questa abbia cambiato la mia idea sulla chiusura di certe menti, ovvio, ma ora non la vedo più solo come negativa. Inoltre, viene scontato il paragone con i terremoti degli ultimi anni, ad esempio quello dell’Abruzzo. Certamente 30-40 anni fanno la differerenza, ma è forse possibile che una diversa mentalità sia alla base dei diversi ritmi di ricostruzione, per non parlare della situazione governativa? Il quadro è del tutto diverso: una situazione come quella accaduta qui quasi 40 anni fa, credo, non ricapiterà molto facilmente neppure in queste stesse zone. Ma si sa, come in ogni situazione si applica la frase “puoi sapere solo se ti ci trovi”.

Onestamente spero di non trovarmici mai.

www.tieremotus.it

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