Si invertono i rapporti di forza

Da tempo ormai siamo abituati a questa stagnazione economica che dal 2008 tiene in ginocchio tutto il sistema produttivo del Vecchio Continente, ma ancora di più siamo abituati a quell’enorme moloch politico-sociale che prende il nome di Berlusconismo e che dal 1998 cristallizza il sistema politico italiano.

Non fraintendetemi, per me Silvio Berlusconi non è Cerbero, “l’immortale mostro mitologico a tre teste che controlla l’ingresso agli inferi”, egli non è molto differente da qualsiasi altro uomo che ho incontrato nel corso delle mia breve vita. L’unica differenza che gli riconosco rispetto agli altri, e che gli ha permesso di ottenere questo spropositato potere di blocco sul sistema politico italiano, è quella spregiudicatezza mediatica che ancora oggi riesce tanto ad affascinare il 25% degli elettori, la sua capacità di tessere reti di potere talmente semplici ed efficaci da sembrare quasi un meccanismo feudale (il Signore che concede tanti piccoli vantaggi ai suoi feudatari, nel nostro caso posti nei CdA delle aziende pubbliche o incarichi ministeriali, nei quali mantengono dei margini di autonomia e di realizzazione personale, chiedendo in cambio solo fedeltà totale su tutte le questioni che lui ritiene fondamentali).

A differenza della stagnazione economica che ci perseguiterà ancora per diversi anni, il blocco del sistema politico sembra essere finalmente venuto meno a partire da una data precisa: il 2 ottobre, data della riconferma della fiducia da parte di tutte le forze che compongono la maggioranza parlamentare (PDL, PD e Scelta Civica) al governo delle “larghe intese” presieduto da Enrico Letta.

Ma perché parlare di sblocco se il voto di fiducia non ha fatto altro che confermare lo status quo? Se prendiamo il voto di per se, questa valutazione appare corretta, ma se andiamo a vedere come il centro-destra sia arrivato a quel voto, ebbene le cose cambiano.

La grande svolta è avvenuta pochi giorni prima del 2 ottobre, precisamente sabato 28 settembre, quando Berlusconi ha deciso di rompere gli indugi sul sostegno al governo, ordinando ai suoi ministri di dimettersi dalle loro cariche. Come bravi fedain, i vari ministri si sono presentati davanti a Letta per rassegnare le loro dimissioni, però non tutto è andato come previsto dal leader del centro-destra: quattro di loro (Quagliariello, Lupi, Lorenzin e Alfano) si sono opposti a modo loro, cioè rassegnando comunque le dimissioni ma dichiarando pubblicamente che il 2 ottobre avrebbero votato la fiducia al governo.

Questa “ribellione” scatena immediatamente un effetto volano che vede coinvolgere il 40% dei parlamentari del centro-destra che nel corso di lunedì 1 ottobre dichiarano pubblicamente anche loro di non seguire le direttive del loro leader e di votare per la fiducia al governo delle “larghe intese” il giorno seguente.

Una novità sorprendente, che nessuno si sarebbe aspettato dopo che Berlusconi aveva dimostrato cosa accadeva ai “dissidenti”, prendendo come esempio l’ex leader di AN Gianfranco Fini che dal palco del I° Congresso nazionale del PDL aveva osato controbatterlo nel lontano 2009.

Viene così ad aprirsi una frattura profonda all’interno del centro-destra, al punto tale da invertire i rapporti di forza all’interno del Parlamento a favore del PD. Quest’ultimo esce così da quella condizione di ostaggio in cui il PDL lo aveva rinchiuso fin dall’inizio del governo delle “larghe intese”, paventando di volta in volta lo spauracchio di scatenare una crisi di governo. Ora, ben conscio che il fronte del centro-destra non è così unito e fedele al leader come appariva, il centro-sinistra può imporre la propria linea, consapevole del fatto che l’eventuale fallimento delle “larghe intese”, e quindi del Paese, sarà ora imputato a quel centro-destra berlusconiano che con le dimissioni dei suoi ministri ha fatto intendere che considera prioritari gli interessi del loro leader piuttosto che quelli della nazione.

Insomma si apre adesso una finestra di opportunità uniche, che permette la realizzazione di quelle tre riforme fondamentali per stabilizzare solidamente l’Italia:

1)      La riforma elettorale che cancelli il Porcellum e stabilizzi il sistema politico;

2)      La riforma fiscale che attraverso la de-tassazione dei redditi da lavoro (tra cui anche l’IVA e l’IRPEF) ponga le basi per un rilancio dell’economia;

3)      La riforma del bilancio della pubblica amministrazione (a livello statale e regionale) che attraverso la rivalutazione dei conti pubblici (che non significa tagliare gli enti, ma riorganizzarli in modo più efficiente a livello locale) stabilizzi l’apparato statale.

Tre riforme fondamentali  per il rilancio economico e politico del Paese, che stanno alla base del governo delle “larghe intese” ma che fino ad oggi il ricatto berlusconiano aveva impedito di realizzare.

Con la fine del leader Silvio Berlusconi finisce anche il blocco del sistema politico (una situazione caratteristica di questa tormentata Seconda Repubblica). Uno sblocco che permetterà al centro-destra di riorganizzarsi e di allinearsi ai partiti popolari europei e che di riflesso permetterà anche la riorganizzazione del centro-sinistra, bloccato da anni sulla proposta unica di lotta a Cerbero.

Tornano finalmente in campo i temi e con loro la politica. Tornano dunque i politici, e con loro un’idea di politica che sia laboratorio di programmazione e di analisi della società, e non unicamente strumento finalizzato alla cattura del consenso popolare.

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