“Dei tuoi quadri, non riesci mai a capire che cazzo è”. Intervista a Nata

Ciao Nata. Dunque, io ti intervisto al microfono, poi ovviamente aggiungerò, taglierò e modificherò per farci sembrare entrambi grandi intellettuali che parlano d’arte.

Ottimo, fai pure. Suppongo che anche queste prime frasi siano delle aggiunte.

Esatto, vedo che hai capito.

Parlaci della tua carriera, soprattutto dell’inizio. Quando hai iniziato a dipingere? E come hai sviluppato questa passione in qualcosa che ti ha portato nel mondo dell’arte italiano e non solo?

Ho iniziato che ero alle medie. Da piccolo ho disegnato pochissimo, ma vedevo molto. Mi piacevano ad esempio nella natura tutti i nidi, i colori delle uova. Io sapevo le mappe, tutte queste robe qua. Seguendo mio fratello, gli ho visto fare i primi quadri quadri. Gli facevo da assistente, e una volta mi disse “finisci tu i colori” e allora ho cominciato anche io a fare un quadro anch’io, e non mi dispiacque. Lui faceva qualcosa di fuori dall’ordinario rispetto ai miei amici, per la maggior parte gente che lavorava nei campi.

La vita del collegio mi ha portato sempre a sognare cose diverse. Non per sopravvivere o per sorpassare quel tormento dell’essere solo, ma perché, da passare da una famiglia di 7 fratelli a un posto dove c’è ancora più gente, devi saperti gestire il tempo e lo spazio da solo. E penso che mi abbia influenzato anche nel dipingere.

Dopo l’istituto d’arte sono andato subito militare, ho preso l’abilitazione per insegnare. Lì avevo nel mio reparto un ragazzo, Bisleri Pier Paolo, che mi ha visto leggere Flashart, o io ho visto lui, e mi disse “allora ti interessi d’arte”. Lui ha fatto scenografia al Brera, e ora è direttore artistico al Verdi, tanto per dire.

Ho fatto una prima mostra a Trieste, alla Cappella Underground, una galleria / circolo culturale dove mostravano artisti emergenti, facevano i primi video di Warhol, di Grotowsky… che io neanche lo conoscevo, figurati. Poi Bisleri mi ha fatto conoscere Hermann Nitsch, per il quale ho fatto le prime performances, però sentivo che non era la mia roba.

Non sapevo recitare, però fisicamente mi piaceva, anche perché io, non sapendo parlare, mi si diceva di fare una cosa e io la facevo.

Dovevo prima scoprire qual’era la mia identità, e quindi ho dovuto assaggiare un po’ in giro, come nei cibi. Ho fatto i primi viaggi a Parigi, a vedere le prime mostre, da solo. Non sapevo una parola di francese, ma dovevo sbrenarmi da solo a vent’anni.

Dall’85, per tre anni ho cominciato a dipingere senza guardar nessuno, ero solo, isolato. Mi piaceva far l’eremita a Udine, e sognavo di essere eremita a New York, o a Parigi, però non sapevo l’inglese.

Come ti sei spostato a Milano?

Vidali, con Bisleri, ha visto i miei lavori e mi ha detto, “Guarda, con questi lavori puoi andare dove vuoi. Fai delle foto a questi tre qua”.

In un giorno a Milano ho toccato i tre galleristi più importanti. Il venerdì sono andato su, consegnato le foto, e sabato son tornato giù. Il sabato sera mi ha chiamato quella del bar e mi fa, “guarda che han chiamato da Milano, devi venire al telefono”. E la domenica son ripartito per Milano.

Avevo preso contatti con Cannaviello e lui, quando mi ha portato da Salvatore Ala e Marconi, ha detto, “è un artista mio”.

Al tempo andavo all’accademia, facevo su e giù, tra Cividale, dove insegnavo, e accademia, e non sapevano che facevo il militare. Dunque tu puoi immaginare gli intrippi che dovevo fare io, perché dovevo fare la presenza. Robe da chiodi. E tu capisci perché io li, ero spaccato in quattro parti, che dovevo cercare di chiudere il cerchio.

Da Cannaviello subito è venuta la prima mostra, e come tutte le cose, se vendi, le cose funzionano bene. I lavori hanno cominciato ad andare e Testori, poi, voleva scrivere su di me, figurati Cannaviello, gli ha aperto corsie. Mi ha aperto la prima mostra con un bellissimo testo, e mi diceva “tu sei molto spontaneo, fai quello che pensi in quel momento, non stai tanto a pensarla”.

Perché copiare, non son capace, io vedo una cosa e cerco di metterla in evidenza.

Io non son capace di fare una figura, ma se è rotta, come diceva Picasso, gli altri la vedono meglio.

Infatti i quadri di quel periodo sono un po’ così, frammentati, riflettono anche la tua situazione personale del tempo.

Si, è tutto frammentato perché io ho lavorato nella zona del terremoto, e io le ho macinate quelle immagini. Veder distrutta Gemona…

Quando Testori ha visto i primi quadri, ha detto “Bellissimi”. A me sembravano invece terribili, erano quasi incubi di notte. Testori, quello quello sbavava, mi avrebbe acquistato tutto. Mi telefonava ogni giorno come un’ossessione.

Vivevo a Milano da solo, all’ultimo piano di un condominio in via Paolo Sarpi, e facevo il mio lavoro con l’ossessione di fare bene. Dormivo solo alcune ore, giusto per sfinimento. Per un paio d’anni è andata avanti, e poi tutte le mostre sono successe una dietro l’altra.

Poi…dopo 4 o 5 anni Testori ha cominciato ad ammalarsi, non avevo più il suo sostegno.

Io poi ho cominciato a cambiare, moriva in quel periodo mio padre…e ho cominciato a fare delle tele nere. Anche perché vedevo nero nel mio futuro, non c’era più Testori, non si vendeva più, Cannaviello faceva lo gnorri e mi chiedeva “ma perché non fai più quelle cose là?”.

Negli anni 90, poi sono arrivati i figli e lì ho cambiato tavolozza.

Mi ricordo che ero nello studio di mio fratello e ho messo queste carte da scenografo enormi, mi son guardato un po’ in giro, ho preso una rivista a caso, e mi capitano dei vasi attici bellissimi, figure nere così e dico “Bestia, và che bel colore!”.

Intanto faccio l’arancio sotto, e poi queste figure nere tipo Picasso, o alc dal genar.

Facevo dei segni liberi e poi cercavo di intravedere qualcosa e poi andavo avanti. Dunque, guardavo sempre al figurativo. E poi ho visto queste forme zen, libere.

E a me piacevano ‘sti segni, che io non li capivo, ma li interpretavo a modo mio, come la musica. ‘Ste cose libere, mi facevan sognare, allora chi vedeva i disegni li leggeva in una maniera, io certamente in altre, ed eravamo contenti in due.

Sono andato avanti con queste figure nere e sfondo color ceramica, e poi tra 95 e 98, il colore ha cominciato a entrare dentro, suggerendomi altre forme.

Tutti i lavori sono sempre andati avanti dal segno libero fino al 2005, dove queste figure hanno cominciato a farsi più intriganti, se vuoi. Poco figurative, ma che coinvolgevano forme nuove, sulla combinazione di segni e di superfici, un po’ come negli anni 50, ma con temi nuovi s’intende.

Come mai non sei mai uscito dal terreno della pittura? Dopo una certa sperimentazione sul contenuto, è anche naturale provare a rivolgersi a un altro tipo di linguaggio o di materiale.

Io ho sempre manipolato la pittura, perché il duro è fare le stesse cose, come le mille madonne che hanno fatto nel 1400, che sembrano tutte uguali, ma son tutte madonne diverse.

Dal Bellini, a quella del Raffaello, all’ultima…di Salvator Dalì se mai ne ha fatte. O una donna che allatta un bambino, che è una madonna, insomma.

E dunque con la pittura dovevo riuscire comunque, nell’astrattismo, a trovare una mia formula.

Poi ho cominciato a mettere materiali diversi, ad esempio le stoffe. Io ho cominciato ad averne tante e le usavo, avevano una perfezione artigianale stupenda. Perché stare a dipingere, se sono già. Matisse, le dipingeva, a me piaceva proprio metterle, come etnie diverse, e lavorare di più sulla composizione.

Nei tuoi lavori più recenti utilizzi materiali che hai creato in precedenza, che recuperi e riusi. Ma c’è una fine, in questo processo? E qual’è il suo punto di partenza?

Parto dalle cose più disparate. Tipo su internet, io salto da un parte all’altra, non vedo solo arte, perché se vedi solo arte, vedi solo cose già risolte. Io devo trovare idee.

Vado avanti finché riesco a trovare qualcosa che mi da’ soddisfazione, poi lo vedo dopo un anno e dico “che schifezza” e ci attacco qualcos’altro. Questo è un modo di dipingere che non ha fretta di ottenere subito un risultato.

Ora però con gli strumenti multimediali è molto più facile entrare in contatto con le informazioni. Quando sono andato a vedermi la Biennale, a Venezia, e poi ho visto i video su internet, a casa, ho pensato che quasi quasi facevo meglio a stare a casa, invece che camminare tutto il giorno.

Per vedersi tutti i video alla Biennale d’arte, uno deve prender ferie.

Neanche io sono un grande fan dei video all’interno delle mostre. Cosa pensi però dell’uso della tecnologia nella creazione artistica?

Bisogna anche prendere le cose più nuove, adesso i computer li hanno messi anche negli occhiali…20 anni fa c’era il CD, e sembrava di essere arrivati al massimo. Basta vedere l’evoluzione dei telefonini. È giusto sfruttare anche queste cose qui.

Ora sembrerò tradizionalista. Al tempo pensavo che mio padre lo fosse, ma adesso sento di esserlo anche io: vedi i ragazzi a scuola, che disegnano benissimo con il computer, ma non ti sanno tenere in mano la matita, e allora ti dici che c’è un gap. Oramai i ragazzi sono pieni di video, di televisione non ne possono più, e io anche.

Però ci sono anche un sacco di artisti che la utilizzano direttamente nelle loro opere, non solo come fonte. In fondo, siamo costantemente a contatto con la tecnologia, è anche naturale che si sviluppino delle forme d’arte che ne utilizzano i linguaggi o i materiali.

Al padiglione del Vaticano, l’anno scorso, c’erano queste cose che toccavi le figure [Studio Azzurro, NDR.], molto bello, ma che mi sembravano andare fuori dal canone. Bellissimo eh, però il fascino del quadro, non me l’ha ancora superato.

Sarà bello il video, però lo vedo ancora come un altro settore, che va benissimo, che comunica e si muove e tutto, però il quadro, mi da ancora qualcosa che il video non mi dà.

Un quadro, dio bon, un quadro di Picasso, eh mi vengono i brividi.

Con il disegno ti metti a ragionare su una cosa. In quinta superiore, io, che ero molto libero nel disegno, ho portato Mondrian. Perché è il contrario di me, quello che non son capace io. Per me Mondrian era una cosa impossibile, ma ci si può arrivare perché è come la matematica, non si scappa.

Nell’arte c’è un qualcosa di indefinito, che non riesci mai a prenderlo per le corna, mentre la matematica si, perché la soluzione c’è sempre, mentre nell’arte non c’è mai soluzione, ce ne sono molte e non sai mai qual’è quella giusta. Un giorno è una, ma poi viene smentita due anni dopo o il giorno dopo, non c’è sicurezza ed è il bello dell’arte.

Mi dicevano, “dei tuoi quadri, non riesci mai a capire che cazzo è, e piacciono per quello”.

E io cerco di risolvere i miei problemi perché non riesco a risolverli e c’è questa sfida continua con il lavoro. Io sfido me stesso con il foglio bianco, parto dal nulla e poi devo arrivare con una soluzione.

N.d.A. Tutte le immagini sono state selezionate e malamente scansionate da vari cataloghi di Nata, nonchè dal suo sito web personale nata-studio.it

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